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Attivazioni Biologiche
5 Leggi Biologiche e non solo!

La Biologia del distacco


5. Dipendenze

6. Alcolismo

7. Tossicodipendenza

Riporto un breve passaggio di un intervento di Johann Hari dal titolo "Everything you think you know about addiction is wrong" (Tutto quello che pensate di sapere sulle dipendenze è sbagliato). Il video è disponibile sottotitolato in italiano.

In uno dei miei primi ricordi cerco di svegliare un parente senza riuscirci. Ero solo un bambino, quindi non capivo perché, ma da grande ho capito che in famiglia c'era un problema di tossicodipendenza, inclusa quella successiva da cocaina.
Ci ho pensato molto ultimamente, anche perché ricorre il centenario da quando abbiamo iniziato a bandire le droghe in America e Inghilterra per poi imporre quel divieto al resto del mondo. È il centenario di quando abbiamo preso questa decisione fatale di prendere i drogati, punirli e farli soffrire, perché credevamo che questo li avrebbe incentivati a smettere.

Ma iniziamo da quello che pensiamo di sapere, che io pensavo di sapere. Pensiamo a questa fila centrale.[...] Immaginate di assumere eroina per 20 giorni, 3 volte al giorno. [...] Immaginate di farlo, ok? Cosa succederebbe? Ci hanno raccontato per un secolo una storia su quello che succederebbe. Poiché nell'eroina ci sono delle sostanze chimiche che creano dipendenza, pensiamo che, prendendola per un po', il nostro corpo ne diventerà dipendente, ne avrà fisicamente bisogno e alla fine di quei 20 giorni sarete tutti eroinodipendenti, giusto? Questo è quello che pensavo.

[...] finché non incontrai Bruce Alexander, un professore di psicologia di Vancouver che ha fatto un esperimento incredibile e credo possa davvero aiutarci a capire la questione. Il professor Alexander mi ha spiegato che l'idea, la storia che abbiamo in testa sulla dipendenza, deriva in parte da una serie di esperimenti fatti all'inizio del XX secolo.
Sono esperimenti semplici, potete farli a casa stasera se vi sentite un po' sadici. Prendete un ratto, lo mettete in gabbia e gli date due bottiglie d'acqua. Una è solo acqua, l'altra è acqua addizionata con eroina o cocaina. Il ratto preferirà quasi sempre l'acqua drogata e quasi sempre si ucciderà piuttosto rapidamente. Ecco, questo è come pensiamo che funzioni.
Negli anni '70 il prof. Alexander guardò questi esperimenti e notò qualcosa. E disse: "Ah, noi mettiamo il ratto in una gabbia vuota, non ha niente da fare a parte drogarsi. Proviamo qualcosa di diverso". Quindi costruì una gabbia che chiamò "Rat Park" e che è sostanzialmente il paradiso dei ratti. Un sacco di formaggio, palline colorate, tantissimi tunnel. Cosa fondamentale, avevano tanti amici. Potevano fare sesso a volontà. E avevano anche le due bottiglie di acqua normale e acqua drogata. Ecco la cosa affascinante: nel Rat Park, ai ratti non piace l'acqua drogata. Non la usano quasi mai. Nessuno di loro la usa compulsivamente. Nessuno di loro va in overdose. Si va da un 100% di overdose quando sono isolati a uno 0% quando vivono delle vite felici e connesse.

Quando vide tutto questo il prof. Alexander pensò: "Forse questo vale per i ratti, che sono abbastanza diversi da noi". -- Forse non tanto diversi quanto vorremmo ma insomma... -- Fortunatamente c'era anche un esperimento umano, con lo stesso identico principio nello stesso identico momento. Si chiamava Guerra del Vietnam. In Vietnam il 20% delle truppe americane usavano un sacco di eroina, e se guardate le notizie dell'epoca, negli USA erano preoccupati perché pensavano: "Mio Dio, avremo centinaia di migliaia di tossici per le strade degli Stati Uniti quando la guerra finirà". Aveva senso.
Questi soldati, che facevano uso di eroina, vennero seguiti a casa. Gli Archivi di Psichiatria Generale fecero uno studio dettagliato e cosa successe a questi soldati? Non andarono in riabilitazione né in astinenza. Il 95% di loro aveva semplicemente smesso.
Se si crede alla storia delle sostanze che creano dipendenza questo non ha assolutamente senso ma il prof. Alexander pensò che poteva esserci una storia diversa sulla dipendenza. E se la dipendenza non fosse determinata da quelle sostanze? Se dipendesse dalle nostre gabbie? E se la dipendenza fosse un adattamento all'ambiente che ci circonda?
Nei Paesi Bassi c'era un altro professore, Peter Cohen, che disse: "Forse non dovremmo neanche chiamarla dipendenza. Forse dovremmo chiamarlo legame".
Gli esseri umani hanno un bisogno innato di legami, quando siamo felici e sani ci leghiamo e ci connettiamo a vicenda; ma se non ci si riesce, perché si è traumatizzati, isolati o messi al tappeto dalla vita, ci si legherà a qualcosa che ci dia un senso di conforto. Questo può essere il gioco d'azzardo, la pornografia, può essere la cocaina può essere la cannabis, ma ci si lega a qualcosa perché è la nostra natura. È ciò che vogliamo come esseri umani.
[...]

8. Cosa fare?

Se una separazione, un distacco, una perdita di contatto hanno lasciato il segno sull'organismo (inteso come psiche, cervello e organo/tessuto) può significare due cose:

Rimediare ai danni di molte separazioni è affatto semplice o facile, spesso è impossibile per svariate ragioni; la più grave delle quali è la morte di una persona cara.
Si dice che bisognerebbe sostituirla, ma non si può sostituire nulla con qualcosa di uguale, non è semplice così.
Si dice anche che bisognerebbe cambiare il proprio atteggiamento mentale, ma se è proprio la sfera mentale ad essere colpita (Alzheimer) cosa si può di fatto cambiare?
Certamente non è il considerare ogni manifestazione della separazione come un evento negativo, tentando da fuori di correggere ciò che ha un senso per quella specifica persona.
Che piaccia o meno le patologie anche gravi, come quelle neurodegenerative o le tossico-dipendenze, sono funzionali alla persona, ma non ai parenti, alla società, alla compassione ed alla affettività. Si assiste così al fenomeno incredibile e non biologico di voler curare o escludere persone che, in realtà, cercano di adattarsi alle proprie percezioni derivanti dalla vita che "sentono" attorno a se; percezioni del tutto legittime e di fatto non criticabili. Migliaia di emarginati - perché non più in grado di connettersi al mondo - finiscono i loro giorni in quella percezione che li ha spinti nell'oblio: il distacco, la separazione

Il conflitto biologico è in se un fenomeno propulsivo e non una cosa negativa, le cose cambiano proprio in quella frazione di tempo e spazio che va dall'evento shoccante e il soccombere. Se la soluzione è quella di chiudersi al mondo, vissuto come ostile o invivibile, la soluzione biologicamente più adeguata è quella di perdere le memorie di tanto dolore e iniziare a comportarsi e vivere come sembra più conveniente. Se la mancanza di amore, riconoscimento, accettazione, ruolo e partecipazione sono apparentemente incolmabili, una risposta può essere attaccarsi a qualcosa, ad un comportamento, ad una elite, a qualcosa che ci consenta comunque di vivere.
È almeno strano notare come la dipendenza da stupefacenti sia criminalizzata, mentre la dipendenza da farmaci sia incentivata.

La vicinanza aiuta, la tolleranza aiuta, l'assenza di giudizio aiuta, lasciare che la Natura faccia il suo ruolo aiuta, ma non ho detto che sia facile o semplice; ogni caso è unico e non esiste una ricetta magica, o un farmaco, o una terapia efficace per tutti. Quindi non so cosa scrivere in merito.

In realtà credo che la cosa più utile sia quella di seguire il pensiero buddhista del "non-attaccamento" che non significa non-amare. Sarebbe importante coltivare tante relazioni vere, in modo tale che non si è mai nella condizione di essere legati emotivamente ad una sola persona, o cosa o animale, perduti i quali si è in balia della tristezza, della rabbia, della morte.
Prepararsi naturalmente a perdere ciò che si ama - amare è anche lasciare andare.
Anche questo non è semplice o facile

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